
La Sicilia non si racconta: si eredita. La mia me l’hanno trasmessa entrambi i genitori, ciascuno a modo suo. Da mio padre ho preso la curiosità per il passato, il bisogno ostinato di capire chi siamo attraverso quello che è stato. Da mia madre qualcosa di diverso: un cognome, i Caldara, e dietro quel cognome secoli di storie che nessuno aveva ancora scritto.
Ho trascorso trent’anni nel mondo delle telecomunicazioni e dell’informatica, con ruoli manageriali in multinazionali e grandi aziende italiane. Oggi lavoro come esperto presso il Dipartimento per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dei progetti PNRR.
La scrittura è arrivata dopo, quasi per forza di cose. Studio, ricerca, il desiderio di capire da dove vengo. A un certo punto tutto questo ha preso forma sulla pagina.
La saga dei Caldara racconta la storia reale della famiglia di mia madre tra il XVI e il XIX secolo. Documenti d’archivio, tradizione orale e invenzione narrativa si intrecciano fino a diventare inseparabili.
Il primo romanzo, La storia non finisce qui – Giuseppe Caldara ‘u tabaccaru’, apre un percorso più lungo. Racconto uomini e donne che hanno lottato per la libertà e la dignità in un’epoca in cui costava caro farlo. Storie vere, spesso dimenticate.
Scrivere, per me, vuol dire questo: recuperare frammenti di memoria prima che scompaiano, e dargli una forma che duri.