Mio zio morì a venticinque anni gridando “Viva la Costituzione”

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Non cercavo un romanzo. Stavo cercando la mia famiglia.

Stavo scorrendo i registri dell’anagrafe storica, pagina dopo pagina, senza aspettarmi niente di speciale. Poi, in una sezione catalogata come “Altri registri”, mi sono fermato su un certificato di morte. Il nome era Giuseppe Caldara.

Ho confrontato i nomi dei genitori con quelli di Antonino, il mio avo diretto. Erano gli stessi. Giuseppe era suo fratello. Non lo sapevo.

Non so descrivere bene cosa ho sentito in quel momento. Non era eccitazione. Era più simile al disagio di trovare qualcuno che avrebbe dovuto esserci e invece mancava da sempre.

Ho iniziato a cercare chi fosse. Ho trovato un ragazzo di Palermo, nato nel 1824 nel quartiere della Kalsa, figlio di Pasquale Caldara che gestiva una tabaccheria in via dei Librai. Un uomo di bottega, di quartiere, di famiglia. Non un nobile, non un generale — un tabaccaio con le mani che sapevano di sigari essiccati.

E poi ho trovato il resto. Giuseppe aveva venticinque anni quando i Borboni lo arrestarono. Aveva combattuto sulle barricate di via Maqueda, si era battuto fianco a fianco con Niccolò Garzilli — un nome che a Palermo oggi è solo una via, ma che allora era un ragazzo di nemmeno vent’anni con un rosario d’avorio tra le dita e la stessa condanna a morte di Giuseppe. Aveva incrociato Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, aveva creduto nella Guardia Nazionale, aveva gridato “Viva la Costituzione” in un’epoca in cui quella frase bastava per finire in galera.

Fu giustiziato il 27 gennaio 1850, una domenica d’inverno, con Palermo che tratteneva il fiato sotto un cielo grigio.

Suo fratello Antonino — il mio avo — rimase a mandare avanti la bottega.

Ho scritto un libro. Non perché volessi diventare scrittore. Ma perché dopo quello che avevo trovato, lasciarlo dov’era mi sembrava sbagliato.

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