Palermo 1848: cosa non ci hanno raccontato

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Undici mesi di indipendenza siciliana. Una Costituzione, un Parlamento, persino una corona offerta ai Savoia. Poi il silenzio. Non e’ un caso.

12 gennaio 1848

Niente esercito straniero. Niente potenza europea a tirare i fili. Il 12 gennaio 1848 Palermo insorge da sola: artigiani, nobili, preti, contadini. Gente che non ha in comune praticamente niente tranne la stanchezza.

Quello che viene dopo e’ la parte che i libri di storia saltano volentieri. In pochi mesi le truppe borboniche lasciano l’isola. Il Parlamento siciliano, fermo dal 1816, torna a riunirsi. Viene redatta una Costituzione. Si discute di chi mettere sul trono. Non e’ una rivolta: e’ un governo che prende forma.

Quegli undici mesi, dal gennaio 1848 al maggio 1849, esistono. Sono documentati. Eppure nella versione canonica del Risorgimento occupano, quando va bene, una nota a pie’ di pagina.

La corona ai Savoia

Il Parlamento siciliano non voleva l’anarchia. Voleva uno Stato riconoscibile, inserito nell’ordine europeo. E quindi scelse un re: Ferdinando di Savoia, duca di Genova.

I Savoia. Gli stessi che dodici anni dopo avrebbero unificato l’Italia, con la Sicilia dentro, a condizioni che i siciliani non avevano negoziato.

La risposta di Torino fu un silenzio educato. Che val quanto un no. Accettare quella corona avrebbe significato mettersi contro Napoli, contro Vienna, contro mezza Europa. Non conveniva. La Sicilia fu lasciata ad aspettare una risposta che non arrivo’.

Londra e Parigi guardano

Anche gli inglesi e i francesi avevano i loro interessi nel Mediterraneo. Avevano seguito la rivolta siciliana con attenzione. Qualcuno a Palermo sperava in un appoggio concreto.

Quando Ferdinando II di Borbone ricomincio’ a bombardare, da Londra e Parigi arrivarono note diplomatiche. Formali. Inutili. Una mediazione venne avviata, ma senza impegni vincolanti e senza nessuna intenzione di imporla. Napoli rifiuto’. Le potenze europee presero atto e se ne andarono.

Ferdinando II si guadagno’ il soprannome di Re Bomba per quello che fece a Messina. Nessuno intervenne.

La sposa all’altare

C’e’ un’immagine che mi torna in mente quando penso al 1848 siciliano: una sposa che aspetta all’altare. Ha fatto tutto. Si e’ preparata, ha scelto l’abito, ha invitato gli ospiti. Ha anche scelto lo sposo. Lo sposo non si e’ presentato. Gli ospiti hanno guardato dall’altra parte.

Il 15 maggio 1849 le truppe borboniche rientrano a Palermo. Quel che segue e’ una repressione pesante. E, nei decenni successivi, qualcosa di piu’ sottile: la cancellazione sistematica di quei mesi dalla memoria collettiva italiana.

Perche’ e’ sparita dai libri di storia

La narrativa risorgimentale aveva bisogno di un Sud che aspettava di essere liberato. Passivo, arretrato, incapace di governarsi. Era l’unico modo per giustificare certe scelte fatte dopo il 1860.

Il 1848 siciliano racconta una storia diversa. Un popolo che si da’ uno Stato da solo, che convoca il Parlamento, che discute di Costituzioni e di re. Che sbaglia, che litiga, che non riesce a tenersi unito. Ma che decide.

Questa storia non si adattava al racconto. Quindi e’ stata messa da parte. Non con una censura formale: semplicemente non e’ entrata nei programmi scolastici, non e’ diventata romanzo nazionale, non ha avuto i suoi eroi da manuale.

Qualcuno la conosce. Pochissimi la raccontano. Vale la pena cambiarlo.

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