Da piccolo passavo intere giornate a casa di mia nonna materna. Mia madre faceva l’insegnante e le erano toccate varie cattedre fuori paese, in giro per la Sicilia, così io restavo con lei. Mia nonna si chiamava Paola e, tra un gioco e l’altro, mi raccontava spesso delle sue marachelle da bambina. Era cresciuta proprio lì, a Piazza della Fieravecchia.
La sua non era stata un’infanzia facile. Era rimasta orfana prestissimo: suo padre, Giosuè Pagano, era caduto al fronte come fante durante la Prima Guerra Mondiale, lasciando mia bisnonna vedova con tre figli piccoli da crescere, due femmine e un maschio. Per tirare avanti e non far mancare niente a nessuno, la madre si spaccava la schiena in un laboratorio di cappelli a due passi da Piazza Rivoluzione.
Nonna Paola con sua sorella Concetta ed il fratellino Giuseppe passavano le ore a giocare ai piedi del Genio di Palermo, proprio in quella piazza che anni prima aveva visto il sacrificio di Giuseppe Caldara. Eppure, ironia della sorte, pur avendo vissuto e respirato quel posto ogni giorno, mia nonna non aveva una reale consapevolezza del peso storico che portava sulle spalle.

Piazza della Fieravecchia, che oggi tutti conosciamo come Piazza Rivoluzione, è un angolo magico di Palermo. È un fazzoletto di terra in cui sono scoppiate rivolte e si sono scritte pagine cruciali della nostra storia. Oggi, a vederla, è diventata il cuore pulsante della movida palermitana, un viavai di ragazzi che spesso bevono qualcosa sui gradini ignorando del tutto cosa quel luogo abbia rappresentato per le generazioni passate.
Ecco perché è stato così emozionante quando, qualche tempo fa, alcuni ragazzi mi hanno avvicinato dopo aver letto il mio romanzo. Mi hanno detto: “Sai, adesso il posto dove andiamo a fare l’aperitivo lo guardo con occhi diversi. Ora mi fermo a leggere le lapidi sui muri”.
Credo che la soddisfazione più grande sia proprio questa: riuscire a tramandare la nostra storia quasi sottovoce, restituendo memoria, rispetto e significato ai luoghi che calpestiamo ogni giorno.

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